Quasi il 60% dei clic dall’AI va in homepage, visibilità organica scende.

visibilità organica scende.

C’è una scena che si ripete: un chatbot consiglia la tua azienda, cita perfino la pagina giusta, quella che ti sei sudato per mesi. Poi la persona atterra da tutt’altra parte (visibilità organica scende): quasi sei clic su dieci in arrivo dall’AI finiscono in homepage, non sulla pagina citata. Un anno fa succedeva la metà delle volte. Il resto dei numeri l’ho messo in fila qui, vengono dal report Generative AI Landscape 2026 di Similarweb.

Il settore intanto corre tutto dalla stessa parte: farsi citare. La visibilità nelle risposte AI è l’ossessione del 2026, e chi non ci crede risponde che tanto quel traffico è una goccia nel mare, quindi non è una priorità. Posizioni opposte, stesso presupposto: che la partita si giochi tutta sulla citazione. Anch’io l’ho data per buona così, finché non ho messo i numeri in fila.

E la fila racconta un’altra partita. La citazione, oggi, arriva: le risposte con dentro link a pagine vere crescono ripide, e quando ChatGPT ha reso i link ben visibili il traffico verso i siti ha fatto un salto che nessun altro canale fa più. È dopo che si rompe tutto, all’atterraggio: la persona pronta finisce sulla porta sbagliata, e quasi tre su dieci finiscono addirittura sulla pagina di ricerca interna, davanti a un campo vuoto con la lente d’ingrandimento.

Farsi citare è la parte facile. Il fallimento comincia un click dopo.

Io lo chiamo il consiglio sprecato. È come entrare in negozio dopo che un amico ti ha detto esattamente quale modello prendere, e trovarti in mano il catalogo generale: hai già scelto, hai già confrontato, e ricominci da capo. E chi arriva da un chatbot ha confrontato davvero: ha 2,5 volte più probabilità di visitare il tuo sito nei sette giorni successivi, spesso cercando il nome a mano su Google. Nel totale delle visite resta una goccia, vero. Ma è la goccia fatta di gente pronta a comprare, mentre il grosso del resto sta ancora capendo cosa vuole.

Giulia Panozzo, che il comportamento delle persone lo studia da neuroscienziata, lo dice chiaro: niente frustra più di un’aspettativa tradita. Uno arriva con la promessa di una risposta precisa, si becca uno slogan e un menu a tendina, e quella delusione se la lega al tuo nome, non a quello del chatbot.

Cosa si fa, allora? Si parte da dove indica Lily Ray, che guida SEO e ricerca AI in Amsive: se la visibilità organica scende, scende anche quella dentro le risposte AI, perché i modelli fanno fatica a trovarti. Poi due lavori noiosi e misurabili: una homepage che parli anche a chi sa già cosa vuole, con le pagine specifiche a un click invece che a tre, e una ricerca interna che capisca le domande scritte a parole, non solo i codici prodotto. Correzioni che valgono per chiunque arrivi già informato: da un annuncio, da un passaparola, da questa newsletter. Questi buchi c’erano prima dei chatbot. I chatbot li hanno messi in vetrina.

fonte Roberto Serra